Il mare dove non si tocca

Il mare dove non si tocca è la storia di Fabio, un bimbo toscano, nato in una famiglia come tante altre: semplice, un po’ matta, dove le persone urlano, si dicono le parolacce, si proteggono a vicenda e si sentono “diverse”, difettose rispetto a un mondo esterno che sembra sempre perfetto o almeno migliore del proprio.

“Com’è iniziata, nessuno lo sa. forse un nostro antenato ha profanato la tomba di un faraone, forse ha fatto arrabbiare una strega o ha stecchito un animale sacro a qualche dio vendicativo, l’unica cosa certa è che da quel momento la nostra famiglia si porta addosso una maledizione spaventosa.”

E’ all’interno di questo scenario che Fabio cresce e passa dalle scuole elementari alle medie, dall’infanzia alla preadolescenza, sentendosi sempre diverso nel mondo, dove ci sono i ragazzi che piacciono alle ragazze, gli inviti alle feste che lo intimoriscono tanto quanto lo attraggono, la sessualità e la scoperta di sé. Non immaginatevelo però un personaggio negativo: nonostante si senta a disagio e debba affrontare parecchie sfide personali (non vincendole proprio tutte), Fabio riesce comunque a restare positivo, a mandare messaggi che contengono emozioni piacevoli al lettore.

“Una cosa amarognola e frizzante ha cominciato a stringermi la gola, allora ho preso la carta argentata con due dita e l’ho tolta attento a non sciuparla […] poi ho guardato il panino nudo nella mia mano, così bello e fatto bene che non riuscivo a mangiarlo. Ma morivo di fame e la mamma non sarebbe stata contento se suo figlio tornava a casa morto, e allora ho aperto la bocca e ho fatto per saltare addosso al mio pranzo meraviglioso, come gli altri bambini. Tutti ma non Riccardo. Che stava seduto accanto a me, con la mano ancora nello zaino, a cercare sempre più lenta come se stesse mescolando solo l’aria lì dentro. La mamma mi aveva detto di trattarlo sempre bene, Riccardo. Dovevo trattare bene tutti, ma lui di più perché il suo babbo se n’era andato via con un’altra signora e la sua mamma beveva tanto vino e a Riccardo ci pensava poco. Me ne ero già accorto a scuola, alla festa del martedì grasso, che tutti eravamo mascherati e lui aveva solo un lenzuolo addosso. Diceva che era un fantasma ma allora potevano almeno fargli due buchi per gli occhi senza mandarlo a sbattere ogni momento e, soprattutto, il lenzuolo potevano trovarlo bianco perché io un fantasma a quadretti non l’avevo visto mai. […] Come adesso, alla cieca, muoveva la mano nello zaino, e dai suoi occhi era chiaro che la situazione là dentro era più spaventosa di centomila fantasmi a quadretti. L’ho capito e mi sono sentito male, solo e abbandonato in mezzo a una giungla fitta di pericoli dove se morivo non gliene importava niente a nessuno. E se mi sentivo così io che non c’entravo nulla, chissà come stava Riccardo, con quella mano tesa nel vuoto. […] Gli ho offerto un pezzo del mio panino che tanto bastava per due o tre bocche. Lui ha provato a rispondermi “no grazie, non ho fame” e ha provato a sorridermi. Però mentre ci provava la sua bocca si è bloccata in una posa strana […] finalmente Riccardo aveva trovato il panino, la sua mamma gliel’aveva preparato, gliel’aveva preparato! Stava lì, avvolto nella plastica, l’ha tirato fuori e sventolato come una bandiera […] Riccardo ha aperto il panino e il luccichio è sparito dai suoi occhi, lasciandoli spenti e bianchi e completamente vuoti. Vuoti come il panino che gli aveva preparato la sua mamma: due fette quadrate di pancarrè una sull’altra e dentro niente: pane e niente. […] E nemmeno io avrei voluto esistere, per lasciare Riccardo da solo e senza spettatori in un momento tremendo e vergognoso però esistevo e allora ho provato a darmi senso chiedendogli se voleva metterci dentro un po’ di formaggio o altro dal mio panino. […] Lui ha preso una fetta di mortadella e poi un’altra e un pezzo di pecorino, e finalmente la cosa che teneva in mano è diventata un panino vero. E abbiamo riso, e abbiamo mangiato, e io ero tanto felice.”

 

Scorrono le pagine e con esse le avventure, i cambiamenti e le sfide personali, e Fabio deve affrontare qualcosa che è più grande di lui, uno di quegl’eventi che cambiano la tua vita e quella delle persone che ti stanno intorno. Il modo in cui affronta la perdita del padre, in coma dopo un incidente inaspettato, travolge il lettore di speranza. Perché questo bambino è coraggioso e con l’innocenza e la razionalità che gli adulti hanno dimenticato, è in grado di porre le domande giuste, quelle che riportano necessariamente al senso della vita, ai valori più importanti, ai bisogni umani più profondi.

 

“<<[…] Diciamo che bisogna aspettare, questo sì, ma la persona che avete conosciuto voi, ecco, mi dispiace ma non aspettatevi quella perché escludo che possa tornare.>> Così ha detto il dottore. E mi domando come mai se uno arriva e ti da una coltellata, è una cosa gravissima e ne parla il telegiornale […] invece uno può venire da te e dirti una cosa così brutta che è peggio di cento coltellate però nessuno lo arresta e anzi è convinto di essere stato bravo, serio e preciso. […] Non lo sapeva il dottore che le rondini, senza mappe e senza poter leggere i cartelli, volano ogni autunno in Africa e poi tornano su precise nel posto dove hanno fatto il nido l’anno prima? […] Siamo così, spersi in mezzo alla nebbia, e ci guardiamo intorno per capire se è meglio andare di qua o di là oppure restare fermi ancora un po’. E intanto parliamo e cantiamo e certe volte pure ci mettiamo a fischiare, per farti sapere dove siamo, anche se non lo sappiamo nemmeno noi. Però insomma, siamo qui, e ti aspettiamo.”